RIBOT è lieta di presentare In Abeyance, seconda mostra personale in galleria di Harrison Pearce (Londra, 1986; vive e lavora a Londra).
Il titolo scelto per questo nuovo e inedito progetto espositivo fa riferimento a una condizione di sospensione temporanea, uno stato transitorio e indefinito nel quale sembrano trovarsi i soggetti delle opere. La stasi richiamata dall’espressione svela, tuttavia, una tensione trattenuta che permane come possibilità. L’ambivalenza del termine, oltre al suo significato letterale (ovvero “sospensione”), è centrale: da un lato, la sua radice etimologica francese rimanda a un’idea di anelito e desiderio fisico, che si manifesta e rappresenta emblematicamente nel gesto della bocca aperta tesa tra bisogno e vulnerabilità. Dall’altro, nel suo valore giuridico “abeyance”, descrive la condizione di diritti privi di titolarità collocati in una fase di temporanea indeterminazione. In entrambe le accezioni emerge l’idea di una possibilità, insieme viscerale e tecnica, che diventa chiave di lettura dell’intero progetto.
La pittura è il medium privilegiato attraverso cui indagare tale condizione di tensione sospesa. Le tele esposte e realizzate appositamente per la mostra accolgono rappresentazioni astratte in cui forme tonde, di matrice biomorfica, appaiono trattenute e compresse entro strutture meccaniche o elementi architettonici contenitivi – vani, nicchie, cavità. La costrizione che piega e comprime la materia di queste presenze tondeggianti le fa sembrare entità morbide sul punto di esplodere; tuttavia, i toni freddi perlacei e metallici scelti dall’artista riescono a contenere e raffreddare l’energia latente che potrebbe condurre la composizione alla disgregazione.
Lo stato di attesa non è più una condizione neutra, ma una pausa carica di intensità emotiva. È una sospensione densa, quasi corporea, che colloca le opere di Pearce in una dimensione inedita e più esplicitamente “umana”. Corpo, mente e macchina diventano così ambiti da osservare simultaneamente, non in opposizione ma in relazione reciproca: l’uno è funzionale all’altro. Tutti convergono nella superficie pittorica, intesa come campo privilegiato per dare forma all’irrappresentabile — quell’intreccio di organico e meccanico che non si escludono, bensì si sostengono e si definiscono a vicenda.
Per la mostra Pearce ha realizzato anche una serie speciale di lavori in edizione limitata che richiamano più esplicitamente la sua pratica scultoreo-installativa. Anche in questo caso temi quali automazione industriale e libero arbitrio vengono interrogati e coinvolti in una dinamica visiva accattivante e straniante allo stesso tempo.
Harrison Pearce (Londra, 1986) vive e lavora a Londra. Sue mostre personali e collettive si sono tenute presso: Kunstmuseum Den Haag, The Hague, 2025; Light Art Museum, Budapest, 2025; Perrotin, Parigi, 2025; New Galerie, Parigi, 2022-2025; 5th Gwangju Biennale, Gwangju, 2024; Room 57 Gallery, New York, 2024; MOU PROJECTS, HongKong, 2023; Carl Kostyál, Copenhagen, Londra, 2022-2021; RIBOT gallery, Milano, 2021; Schlossmuseum, Linz, 2020; Baert Gallery, Los Angeles, 2019; Royal Society of Sculptors, Londra, 2018; The Lightbox Museum, Woking, 2018; Compton Verney, Warwickshire, 2018; Cello Factory, Londra, 2017; Biennale Venezia, Venezia, 2017.
Le residenze e i premi includono: Palazzo Monti, Brescia, 2019; Studio Block M74, Mexico City, 2019; Dulwich College, Londra, 2017; The Koppel Project Hive, Londra, 2017; Young Contemporary Talent Purchase Prize, 2017; Royal British Society of Sculptors Bursary Award, 2017; City and Guilds of London Art School – Prize for Outstanding MA Show, 2016.